Archivi del mese: agosto 2010

La valle delle migrazioni

Van, finisce un'altra giornata sull'altopiano

2° post. “Di notte, a Yuksekova, l’esercito ha l’autorizzazione di sparare a vista. Se vai lassù sii molto, molto prudente”. Continua il viaggio alla ricerca di Mussa Khan, rifugiato afgano in cammino verso un sogno chiamato “Europa”. Un sogno che, troppo spesso, si paga con la vita

Shahin affonda il pane nella miscela di miele, formaggio e granella di nocciole, e mi invita con l’altra mano a fare lo stesso. “Questa è la colazione del week end, quando si ha tempo per starsene seduti a godere i sapori del Kurdistan!” Intorno a noi famiglie rumorose affollano i tavoli che invadono la sede stradale, mentre ragazzini trasportano frenetici il tè, come se la velocità fosse il metro della loro professionalità.

Spiego a Shahin l’intenzione di estendere le mie ricerche di Mussa Khan fino a Yuksekova. Al tavolo al nostro fianco, qualcuno sembra ascoltare interessato. “E’ inutile che vai tra quelle montagne. Lassù non troverai niente.” Inglese perfetto, occhiali da sole, trent’anni o giù di lì, lo sconosciuto continua: “Pochi conoscono quel terreno come me. Ci sono solo pastori e terroristi”. Il suo atteggiamento è scostante, ma l’occasione è ghiotta.  Senza pensare, gli chiedo a bruciapelo: “E tu come fai a saperne tanto?” Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in reportage

Sulle tracce di Mussa Khan

Van, Turchia orientale

1° post. Mesi, anni, sempre in movimento. Respinti, invisibili, ai margini. E’ questo il destino dei muhajirin afghani, alla tenace ricerca del sogno chiamato “Europa”. Questo è il racconto della loro odissea attraverso Turchia, Grecia e Italia, fino alla stazione Ostiense di Roma.

“Qui siamo in Kurdistan, non in Turchia”. Taha è di un’efficacia estrema, dal profondo dei suoi occhi di carbone. Dopo tre settimane di continui passaggi di frontiere e salti linguistici, appena arrivato a Van, in Turchia orientale, sbaglio la parola più semplice: “grazie”. “No problem”, mi rassicura Taha con un sorriso. Poi mi mette svelto la mano sotto il braccio e proseguiamo verso il centro, un labirinto di vicoli ingombrato da tavolinetti e sgabelli per il rito del tè.

Ad aspettarci c’è Shahin, che per i prossimi 3 o 4 giorni mi farà da interprete. Appena diplomato, camicia a righe e mocassini neri, non ispira grande fiducia con la sua voce tremula. Il suo nome è frutto della ricerca tenace di Taha, conosciuto solo un’ora prima in autobus, che ha telefonato almeno a una dozzina di persone.

Dopo le presentazioni, una tazza di tè e una lustrata di scarpe, ci mettiamo subito al lavoro. Mussa Khan sarà presto da queste parti, e prima che arrivi voglio avere un quadro della situazione dei rifugiati afghani a Van, centro abitato di riferimento per chi arriva dall’Iran. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in reportage