La valle delle migrazioni

Van, finisce un'altra giornata sull'altopiano

2° post. “Di notte, a Yuksekova, l’esercito ha l’autorizzazione di sparare a vista. Se vai lassù sii molto, molto prudente”. Continua il viaggio alla ricerca di Mussa Khan, rifugiato afgano in cammino verso un sogno chiamato “Europa”. Un sogno che, troppo spesso, si paga con la vita

Shahin affonda il pane nella miscela di miele, formaggio e granella di nocciole, e mi invita con l’altra mano a fare lo stesso. “Questa è la colazione del week end, quando si ha tempo per starsene seduti a godere i sapori del Kurdistan!” Intorno a noi famiglie rumorose affollano i tavoli che invadono la sede stradale, mentre ragazzini trasportano frenetici il tè, come se la velocità fosse il metro della loro professionalità.

Spiego a Shahin l’intenzione di estendere le mie ricerche di Mussa Khan fino a Yuksekova. Al tavolo al nostro fianco, qualcuno sembra ascoltare interessato. “E’ inutile che vai tra quelle montagne. Lassù non troverai niente.” Inglese perfetto, occhiali da sole, trent’anni o giù di lì, lo sconosciuto continua: “Pochi conoscono quel terreno come me. Ci sono solo pastori e terroristi”. Il suo atteggiamento è scostante, ma l’occasione è ghiotta.  Senza pensare, gli chiedo a bruciapelo: “E tu come fai a saperne tanto?”

Arhan è un ufficiale dell’esercito turco. Da 7 anni pilota elicotteri, e dal 2008 è di stanza a Van. La sua zona operativa corrisponde proprio al “triangolo di Yuksekova”, il cuneo di territorio incastrato tra Iran e Iraq, dove trascorre 3 mesi l’anno. Arhan racconta con parole  asciutte, il linguaggio tipico dei militari. “Ogni anno facciamo centinaia di operazioni antiterrorismo su quei monti. E perdiamo molti uomini. Quest’anno, se possibile, la situazione
è ancora peggiorata. Si è rotto un ‘equilibrio fragile che reggeva da dieci anni”. Soltanto da un mese a questa parte, gli scontri tra esercito e militanti del PKK hanno causato più di 20 morti.

Porto la conversazione verso il tema che più mi preme, quello dei migranti. “Ho visto con i miei occhi colonne  di uomini, donne, bambini e muli marciare attraverso le zone di confine. Anche cinque o seicento persone. Viaggiano col buio, ma ai visori notturni non si sfugge. Quando sentono arrivare l’elicottero non  si disperdono neanche, sanno che possiamo fare poco finché sono sui monti. Poi, giunti a valle, spariscono come il vento”.

Mentre lascia cadere l’ennesima zolletta di zucchero nel te’, conclude: “i terroristi hanno creato nuovi passaggi, tracciato sentieri alternativi, investito molte risorse. Per loro il traffico dei migranti e’ solo un’altra forma di business per finanziarsi, come la droga o le armi”. “E che fate quando li catturate?” La risposta è di nuovo sbrigativa, anche se il tono si è fatto via via più conciliante. “Separiamo i sospetti terroristi dai migranti: i primi li consegniamo alle autorità, i secondi possono compilare  moduli dove spiegano la loro situazione, ma poi vengono spediti in Iran, secondo gli accordi di riammissione”.

Spediti in Iran? Devo assolutamente controllare quanto mi dice Arhan. Trovo una scusa, lascio l’ufficiale in compagnia di Shahin, e dopo aver girato l’angolo mi disperdo tra i vicoli affollati che ormai iniziano ad essermi familiari. A Van ci sono internet cafè dappertutto. Pochi click e mi imbatto nel rapporto sui richiedenti asilo dell’IHAD, Istituto di ricerca sui Diritti Umani di Ankara. Pagine che parlano chiaro: nel 2008 circa 13.000 persone sono state deportate dalle autorità turche. Per la maggior parte iraniani, ma anche iracheni, pakistani, bangladesi. E naturalmente afghani.

Curiosando sulla rete trovo altre informazioni rilevanti: 40 persone, perlopiù iraniani, afghani e pakistani, uccise e gettate in una fossa comune a Yuksekova, nel 1997. Le autorità turche avrebbero poi insabbiato la vicenda attribuendo quei cadaveri senza nome a “ membri del PKK”. Il 12 settembre 2008, un vero e proprio rastrellamento porta alla cattura e alla deportazione di 25 rifugiati uzbeki dalla città di Van verso qualche località remota ai confini con l’Iran. E’ abbastanza per ora, decido di accettare l’invito di Arhan per il pomeriggio.

“Ogni notte Mehmet raggiungeva a nuoto la sua amata, tenuta prigioniera dal padre sull’isola del lago di Van, seguendo la luce della candela che lei sistemava su una piccola spiaggia. Una sera, scoperto il fatto, il padre spostò la candela tra le rocce: ignaro, Mehmet nuotò come ogni notte ma, sbattuto sugli scogli dalle onde, andò incontro alla sua morte. Prima di annegare, pero’, trovò la forza di chiamare la sua amata: ah Tamara! Lei, distrutta, lo seguì negli abissi. Da allora l’isola fu chiamata Aktamara, e tutti gli amanti vanno a visitarla, almeno una volta”.

Lago di Van, isola di Aktamar

Sul battello, mentre racconta l’antica leggenda, Arhan rivela il suo lato umano. “Di notte, a Yuksekova”, dice scandendo bene le parole, “l’esercito ha l’autorizzazione di sparare a vista. Non c’è altro modo di sopravvivere da quelle parti, per noi”. Una pausa. “Quasi sempre si tratta di terroristi, ma capitano spesso persone che scendono dalle montagne, smarrite, arrivate da chissà dove, magari abbandonate dalle guide. Queste cose non finiscono in televisione, non ci sono giornalisti su quei terreni. E l’esercito non ha nessun interesse a diffondere notizie. Inoltre, per la morte di un migrante non protesta mai nessuno”. Un’altra pausa. Uno sguardo diretto. “Se vai lassù sii molto, molto prudente’”.

Di nuovo, fulminea, la mente corre a Mussa. Perché non dai notizie di te?

Al tramonto vado con Shahin nella zona del castello, uno dei quartieri dove, secondo le informazioni raccolte, dovrebbero vivere i muhajirin afghani. Di loro però nessuna traccia. Ci arrampichiamo sulla fortezza urartea, il sole ora è un sasso rovente che precipita nelle acque incendiate del lago.

La valle di Van, testimone di infinite migrazioni, è ai nostri piedi: qui sotto passava la Via della Seta, foriera di preziose merci persiane e indiane. Su queste rive fanno sosta migliaia di pellicani, cormorani, gabbiani e fenicotteri, sulla loro ancestrale rotta migratoria per l’Africa.

Non ho ancora perso la speranza di trovare Mussa Khan su queste strade polverose e antiche. Qualcosa, però, non ha funzionato, e il compito si sta rivelando più difficile del previsto.

I ritmi sull'altopiano

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