In città

Istklal Caddesi, Istanbul - Guillermo Fdez /flickr

7° post. Istanbul, punto di sutura tra due continenti, Asia ed Europa. Passaggio obbligato per i rifugiati come Mussa Khan, soprattutto ora che le rotte dei muhajirin si sono spostate verso nord. Qui il loro destino incrocia le contraddizioni in bilico tra sviluppo economico e diritti negati

Battuto da un leggero vento mattutino, il Bosforo irrompe nel mio dormiveglia come uno schiocco di dita. L’autobus corre silenzioso su un titanico viadotto ad arcata unica, punto di sutura metallico tra Asia e Europa, mentre il sole all’orizzonte si sforza di completare il suo ovale, annunciando un nuovo giorno.

Istanbul. Costantinopoli. Bisanzio. La città più poliglotta al mondo si rivela fin nella sua toponomastica. Fondata nel settimo secolo avanti Cristo, fu intitolata dai coloni di Megara al loro re Byzas; ad essa l’imperatore Costantino sovrappose nel 330 la sua “Nova Roma”, Costantinou Polis; dodici secoli dopo, la Sublime Porta pose sulla storia il suo attuale sigillo: Istanbul, dal greco “istin polis”. Semplicemente “in città”.

Il mio unico obiettivo qui è informarmi e ripartire. Mussa è passato da poche ore su questo ponte in direzione nord, diretto verso il fiume Evros, l’ultima porta d’Europa. Se, come promesso, si farà vivo appena entrato in Grecia, potrei incontrarlo anche domani. Finalmente. Continua a leggere

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Vicolo cieco

Il quartiere di Basmane, nel centro storico di Izmir

6° post. La via della Seta del terzo millennio trasporta carne umana. Il suo terminale in terra turca è Izmir: qui arrivano i muhajirin che, come Mussa Khan, tentano la via dell’Egeo, per finire troppo spesso in fondo al mare. Per cercarlo, bisogna entrare a Basmane, porta d’Europa degli ultimi

La sagoma informe striscia silenziosamente nell’angolo morto del mio campo visivo, padrona della semioscurità. Tutt’intorno è Basmane, quartiere dei dannati, porta d’Europa degli ultimi.

Prima ancora che riesca a voltarmi, avendone ormai percepito la presenza, l’uomo si palesa in un saluto plateale, quasi grottesco. La mano è già tesa: “Amico! Cercavi me?”.

Izmir, antica Smirne, da 2500 anni capolinea del reticolato polveroso di strade meglio noto come Via della Seta. Piazza di contrattazione più florida del Mediterraneo, da qui le mercanzie provenienti da Cina, India o Arabia prendevano finalmente il mare, dirette ai porti europei.

La storia non conosce ironie. In questi anni è proprio a Basmane, nel centro storico della città, che i migranti, la merce più preziosa del terzo millennio, hanno interrotto il loro viaggio di terra per affrontare i flutti dell’Egeo.

Basse sull’orizzonte, le isole greche da qui si vedono a occhio nudo. L’insperata sponda europea, dopo mesi o anni di viaggio, è canto suadente di sirene fatali: in questo tratto di mare le acque hanno inghiottito migliaia di muhajirin. O harragas, come qualcuno li chiama qui, gli “uomini che bruciano le frontiere”.

Da Basmane si tessono reti di traffici che arrivano fino al Corno d’Africa, al Pakistan, al Senegal. La via della Seta del terzo millennio trasporta carne umana. Continua a leggere

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La Jirga di Gaziantep

La "Jirga di Gaziantep"

5° post. Distanza, viaggio e precarietà non bastano a privare i rifugiati afghani delle proprie radici. Anche a Gaziantep si riunisce la “Jirga”, il consiglio degli anziani, che siedono per affrontare il tema doloroso dell’esilio, ma anche i problemi quotidiani di chi vive di in bilico tra presente amaro e futuro incerto

L’anziano Abdal Halek sfoglia un fascicolo ingiallito. Seduta a semicerchio sul tappeto, l’assemblea dei capifamiglia assiste silenziosa.”Qui c’è tutta la mia vita da quando sono in Turchia”. Moduli, domande, certificati, ritagli, appunti. Le dita nodose si immergono tra le carte, fermandosi su un foglio intestato UNHCR: “E’ di una settimana fa.” Me lo porge. “Mi invitano a fare appello per la terza volta. Significa che non mi riconosco ancora lo status di rifugiato. Dopo sette anni.”

“Ma io”, prosegue il vecchio, “non ho più la forza di aspettare. Per anni ho atteso e sperato. Poi ho provato. Ho mandato due volte i miei figli in Grecia coi trafficanti. Sono stati arrestati, picchiati e rimandati qui. Ho provato a tornare a Teheran, ma l’Iran non è più il paese dove abbiamo vissuto per tanto tempo. Ho tentato con l’UNHCR, ma da Ankara non rispondono più al telefono da mesi.” Poi volge lo sguardo a terra. “D’ora in poi, semplicemente, non farò più nulla.” Continua a leggere

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Appuntamento col diavolo

Van4° post. I kaçakçılar, i trafficanti di esseri umani, non hanno biglietti da visita, né uffici di vendita. Si confondono tra la gente nei vicoli, nelle caffetterie, nella piazza davanti alla moschea. Sfuggenti, invisibili, onnipresenti sulla rotta dei migranti, potrebbero essere l’unico mezzo per ritrovare le tracce di Mussa Khan

Alle 6 e mezzo Naqeeb mi butta giù dal letto. “In piedi kardash! Dobbiamo andare a firmare prima che si formi la fila. Sbrigati!” Firmare? Fila? Troppo complicato, lo seguo meccanicamente, con la mente ancora intorpidita dal sonno.

La città si sveglia rumorosamente: in strada, una dopo l’altra, si arrotolano le serrande dei negozi, i minibus strombazzano nelle rotatorie, i risciò a pedali scorrazzano scaricando merci nei vicoli già ingombri. Naqeeb si ferma in continuazione per salutare gente alla maniera pashtun, un ampio abbraccio seguito da un tocco reciproco con la spalla destra.

Sul dolmus, l’affollato minibus, Naqeeb mi spiega finalmente il motivo della levataccia. “Tutti i richiedenti asilo devono firmare il registro. Il martedì e il giovedì è il turno degli uomini, il mercoledì quello delle donne”. Alla centrale di polizia, capisco il perchè della fretta: molte persone sono già in attesa del proprio turno, e la fila si ingrossa rapidamente sotto i miei occhi. “Nessuno può lasciare Van, le pene per chi non firma sono severe”, dice Naqeeb.”Per evitare fughe, la polizia requisisce il passaporto al momento dell’arrivo a Van. Lo riavremo solo nel giorno della partenza stabilita dall’agenzia per i rifugiati dell’ONU”. Continua a leggere

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La trappola turca

L'indispensabile Carta di soggiorno temporaneo

3° post. Ancora fermi a Van e di Mussa Khan nessuna notizia. Prosegue il viaggio tra i muhajirin afghani intrappolati nella città turca, nel limbo dell’asilo temporaneo in attesa di proseguire il viaggio, magari anche illegalmente, attraverso Grecia e Italia

La Via Lattea è il tetto argenteo dell’altopiano insonne: nel cuore della notte i vicoli di Van continuano a formicolare di piccoli traffici discreti, mentre in alto, nel cielo pallido e distante, la luce degli astri continua freddamente a pulsare.

Abbandono l’idea della spedizione a Yuksekova, complicata e con scarsa possibilità di riuscita, e decido di concentrarmi sulle ricerche in città. Trascorro la domenica in strada, inseguendo insieme a Shahin suggestioni, immagini, qualsiasi indizio che possa condurmi sulle tracce di Mussa.

Torniamo nei quartieri attorno al castello, vaghiamo nelle periferie, ci attardiamo presso l’otogar, la stazione degli autobus appena fuori città. Ma è un buco nell’acqua, i muhajirin non lasciano tracce della loro presenza. La giornata si chiude davanti al computer: nessuna e-mail, nessun messaggio su Facebook. Mussa ha tagliato i contatti con il mondo. Continua a leggere

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La valle delle migrazioni

Van, finisce un'altra giornata sull'altopiano

2° post. “Di notte, a Yuksekova, l’esercito ha l’autorizzazione di sparare a vista. Se vai lassù sii molto, molto prudente”. Continua il viaggio alla ricerca di Mussa Khan, rifugiato afgano in cammino verso un sogno chiamato “Europa”. Un sogno che, troppo spesso, si paga con la vita

Shahin affonda il pane nella miscela di miele, formaggio e granella di nocciole, e mi invita con l’altra mano a fare lo stesso. “Questa è la colazione del week end, quando si ha tempo per starsene seduti a godere i sapori del Kurdistan!” Intorno a noi famiglie rumorose affollano i tavoli che invadono la sede stradale, mentre ragazzini trasportano frenetici il tè, come se la velocità fosse il metro della loro professionalità.

Spiego a Shahin l’intenzione di estendere le mie ricerche di Mussa Khan fino a Yuksekova. Al tavolo al nostro fianco, qualcuno sembra ascoltare interessato. “E’ inutile che vai tra quelle montagne. Lassù non troverai niente.” Inglese perfetto, occhiali da sole, trent’anni o giù di lì, lo sconosciuto continua: “Pochi conoscono quel terreno come me. Ci sono solo pastori e terroristi”. Il suo atteggiamento è scostante, ma l’occasione è ghiotta.  Senza pensare, gli chiedo a bruciapelo: “E tu come fai a saperne tanto?” Continua a leggere

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Sulle tracce di Mussa Khan

Van, Turchia orientale

1° post. Mesi, anni, sempre in movimento. Respinti, invisibili, ai margini. E’ questo il destino dei muhajirin afghani, alla tenace ricerca del sogno chiamato “Europa”. Questo è il racconto della loro odissea attraverso Turchia, Grecia e Italia, fino alla stazione Ostiense di Roma.

“Qui siamo in Kurdistan, non in Turchia”. Taha è di un’efficacia estrema, dal profondo dei suoi occhi di carbone. Dopo tre settimane di continui passaggi di frontiere e salti linguistici, appena arrivato a Van, in Turchia orientale, sbaglio la parola più semplice: “grazie”. “No problem”, mi rassicura Taha con un sorriso. Poi mi mette svelto la mano sotto il braccio e proseguiamo verso il centro, un labirinto di vicoli ingombrato da tavolinetti e sgabelli per il rito del tè.

Ad aspettarci c’è Shahin, che per i prossimi 3 o 4 giorni mi farà da interprete. Appena diplomato, camicia a righe e mocassini neri, non ispira grande fiducia con la sua voce tremula. Il suo nome è frutto della ricerca tenace di Taha, conosciuto solo un’ora prima in autobus, che ha telefonato almeno a una dozzina di persone.

Dopo le presentazioni, una tazza di tè e una lustrata di scarpe, ci mettiamo subito al lavoro. Mussa Khan sarà presto da queste parti, e prima che arrivi voglio avere un quadro della situazione dei rifugiati afghani a Van, centro abitato di riferimento per chi arriva dall’Iran. Continua a leggere

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