Archivi tag: harragas

La roulette dell’asilo

La Olympic Champion nel porto di Ancona

13° post. Ancona, Italia. Ecco l'”Europa” sognata da Mussa Khan. Anche qui, però, ad accogliere i muhajirin reti metalliche e procedure che rendono la richiesta di asilo una prospettiva sfuggente e lontana

La Olympic Champion punta a nord-ovest, lasciando sulla sua rotta una lunga scia di schiuma gorgogliante. I passeggeri sono in fila per la colazione nella sala ristorante mentre, basse all’orizzonte, macchie tremolanti rivelano i primi tratti della costa italiana.

Quanti migranti ci sono a bordo? Quanti muhajirin si nascondono nei camion stipati nella nave?Osservo la fila afferrare svogliatamente cibo dal self service. A pochi metri da noi, tre livelli più in basso, decine di persone potrebbero nascondersi in spazi angusti, bloccati da ore senza cibo, senza acqua, senza bagno.

La domanda che mi ossessiona è però un’altra: che succede a Mussa Khan? Che responsabilità ho in quanto accaduto ieri notte sul molo? La risposta arriverà solo se e quando Mussa potrà riaccendere il telefono: da ieri notte, dopo l’arresto, è rimasto muto. Continua a leggere

Annunci

Lascia un commento

Archiviato in reportage

Destinazione europa

Graffiti a Igoumenitsa

12° post. A Igoumenitsa i muhajirin sognano l’Europa. Non importa che ci siano già, per loro quella che conta comincia al di là dell’Adriatico. Qui anche Mussa Khan, come molti prima di lui, tenta le sue carte con la sorte

“Ci hanno obbligato ad infilare tutte le nostre cose negli zaini già strapieni. Telefono, portafogli, bracciali, anelli, cintura, lacci delle scarpe, occhiali. I poliziotti urlavano come pazzi, ma noi eravamo gli unici del gruppo in grado di capire i loro ordini in inglese. Per chi non rispondeva subito, giovane o anziano, erano schiaffi.” Seduti all’ombra di una quercia alla periferia di Igoumenitsa, Mussa Khan e Jalal raccontano i terribili giorni nel centro di detenzione greco.

Dopo aver affrontato insieme i gorghi del fiume Evros, l’insolita coppia, un curdo iracheno e un afghano nato in Iran, si è consegnata spontaneamente alla polizia ellenica insieme ad altre trenta persone, due settimane fa. Da allora non si sono mai separati. “Hanno usato dei pennarelli indelebili. Hanno scritto un numero sulle nostre mani. Dicevano che era per ritrovare il bagaglio, quando ci avrebbero rilasciati.” L’alone nero è ancora visibile sulla pelle. “In Kurdistan marchiamo le pecore.” Jalal sputa per terra. “In Europa, invece, si marchiano le persone.”

Sabato mattina. Sotto un sole radioso, la Sofoklis Venizelos attracca sul molo di Igoumenitsa. Mi attardo sul ponte di coperta, guardo a lungo la verde insenatura che porta alla baia. Un teatro naturale di montagne precipita ripido in mare, creando un breve tratto di pianura nel quale sorgono la città ed il porto. Su un molo, allineati a spina di pesce sulla banchina, dozzine di camion attendono il momento dell’imbarco. Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in reportage

I ragazzi delle reti

 

Patrasso, ai piedi delle recinzioni - panos kouros - flickr

 

11° post. Patrasso. Insieme a migranti di mezzo mondo, anche i muhajirin aspettano il momento buono per scavalcare le reti che delimitano il porto, in un surreale e pericoloso gioco a rimpiattino con la polizia. La posta, però, è alta: una nave verso l’Italia e il sogno chiamato “Europa”

Sdraiato su un fianco, Abdallah guarda il sole sprofondare nell’Adriatico. Una brezza leggera spolvera la terrazza abbandonata dove stanno allineati vecchi materassi. E’ il dormitorio dei migranti algerini. “Quello laggiù”, dice Abdallah indicando l’orizzonte infuocato “non è il mare.” Raccoglie una pagliuzza e la passa tra i denti bianchissimi. “Quella è la tenda di un grande palcoscenico. Se la apri, vedi lo spettacolo più bello del mondo: l’Europa…”

Patrasso. L’eco di sirene gracchianti scandisce arrivi e partenze dei traghetti diretti in Italia. Bestioni d’acciaio compiono lente manovre millimetriche tra i moli, in uno specchio d’acqua ampio mezzo chilometro. Alte recinzioni ornate da rotoli di filo spinato sanciscono il limite invalicabile del porto. Dall’alto della terrazza, gli harragas algerini riescono a controllare tutto questo in un solo colpo d’occhio.

“Guarda laggiù”, dice Abdallah indicando verso nord, nei pressi dell’edificio che ospita la biglietteria. “Quello è il posto degli afghani. Loro scavalcano lì.” Poi indica la zona ai nostri piedi: “qui sotto scavalchiamo noi. Algerini, marocchini, tunisini, palestinesi.” Poi volge lo sguardo a sud. “Quel tratto non l’ho mai visto da vicino. Lì ci sono gli africani. E ancora più in fondo i curdi.” Oltre la rete, unità di polizia portuale in motocicletta pattugliano nervosamente la zona. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in reportage

Vicolo cieco

Il quartiere di Basmane, nel centro storico di Izmir

6° post. La via della Seta del terzo millennio trasporta carne umana. Il suo terminale in terra turca è Izmir: qui arrivano i muhajirin che, come Mussa Khan, tentano la via dell’Egeo, per finire troppo spesso in fondo al mare. Per cercarlo, bisogna entrare a Basmane, porta d’Europa degli ultimi

La sagoma informe striscia silenziosamente nell’angolo morto del mio campo visivo, padrona della semioscurità. Tutt’intorno è Basmane, quartiere dei dannati, porta d’Europa degli ultimi.

Prima ancora che riesca a voltarmi, avendone ormai percepito la presenza, l’uomo si palesa in un saluto plateale, quasi grottesco. La mano è già tesa: “Amico! Cercavi me?”.

Izmir, antica Smirne, da 2500 anni capolinea del reticolato polveroso di strade meglio noto come Via della Seta. Piazza di contrattazione più florida del Mediterraneo, da qui le mercanzie provenienti da Cina, India o Arabia prendevano finalmente il mare, dirette ai porti europei.

La storia non conosce ironie. In questi anni è proprio a Basmane, nel centro storico della città, che i migranti, la merce più preziosa del terzo millennio, hanno interrotto il loro viaggio di terra per affrontare i flutti dell’Egeo.

Basse sull’orizzonte, le isole greche da qui si vedono a occhio nudo. L’insperata sponda europea, dopo mesi o anni di viaggio, è canto suadente di sirene fatali: in questo tratto di mare le acque hanno inghiottito migliaia di muhajirin. O harragas, come qualcuno li chiama qui, gli “uomini che bruciano le frontiere”.

Da Basmane si tessono reti di traffici che arrivano fino al Corno d’Africa, al Pakistan, al Senegal. La via della Seta del terzo millennio trasporta carne umana. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in reportage