Archivi tag: Turchia

Grecia povera, povera Grecia

Pink card, la carta di soggiorno rilasciata ai rifugiati in Grecia

9° post. Vittime di conflitti che non li riguardano. Come quello annoso tra Grecia e Turchia, che ha lasciato un’eredità mortale di mine lungo il confine dell’Evros. Ma anche una volta arrivati nella sospirata terra ellenica, i muhajirin trovano un paese in crisi economica, sempre meno disposto ad offrire loro protezione ed asilo

L’oscurità si rovescia sui colli della Tracia come un’alluvione. Il cono alogeno dei fari sull’asfalto è l’unico appiglio offerto alla vista, privata di ogni riferimento dall’oscurità circostante.

Orestis guida da due ore, procedendo a velocità ridotta per non compromettere il carico. Una lunga fila di camion in sosta prima dello svincolo per Traianopoli attrae la sua attenzione: “Guarda lì. Da una settimana c’è lo sciopero coatto. Non può circolare nulla, solo i beni alimentari.” E continua: “La crisi economica ci sta mangiando vivi. Io trovo ancora lavoro solo perché trasporto birra. E i greci non smetteranno mai di bere birra.” Scopro che l’intero paese è a corto di carburante e che da diversi giorni lunghe file di auto si accalcano ai pochi distributori ancora riforniti.

Komotini. Orestis spegne il motore e accende una sigaretta. “Allora, volevi sapere delle mine antiuomo”. Estrae una mappa dal vano nello sportello e la dispiega sul cruscotto. “Da qui a qui”, dice indicando le località di Nea Vissa e di Kastanias, “era tutto un campo minato”. La striscia di territorio si distende per circa 10 km. “E’ l’unico tratto in cui l’Evros scompare in territorio turco, perciò la Grecia non controlla la riva destra del fiume. Lì i soldati greci e turchi si guardano faccia a faccia, senza acqua di mezzo.” Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in reportage

Una storia di fiumi e di confini

Tracia turca, a pochi chilometri dall'Evros

8° post. Turchia, Bulgaria, Grecia. Tre nazioni separate e unite dall’Evros-Meriç-Maritsa, oggi ultima porta per i muhajirin che tentano di approdare in Europa. Mussa Khan, forse, è passato, ma sono sempre più i suoi compagni di viaggio che perdono la vita nei meandri scuri del fiume

L’arrivo del crepuscolo spegne lo stridore metallico delle cicale, lasciando al vento il dominio della vallata. Edirne, Tracia orientale, antica Adrianopoli. E’ il mio ultimo tramonto in Turchia.

Assisto all’avvicendarsi della notte al giorno seduto in una piazzola di sosta della statale E80, che dopo meno di un chilometro va a infilarsi in territorio bulgaro. A ponente, la fila continua di chiome dietro cui precipita il sole rivela un’ansa del fiume Evros. Grecia, Turchia e Bulgaria, tutte in un unico colpo d’occhio.

Un automobilista rallenta. Nei dintorni non c’è nulla che possa attirare un passante. L’uomo, capelli bianchi e rughe impresse sulla fronte, scende dalla macchina. Dall’autoradio accesa echeggia musica turca. Senza dire una parola si avvicina. Non capisco finché non mi è vicino abbastanza da leggere nel suo sguardo: in quel momento vedo negli occhi la stessa espressione indefinita che mi avevano riservato i mercanti di Izmir, scambiandomi per un migrante.

Puntandomi il dito addosso, pronuncia parole che fugano ogni dubbio: “Afghanistan? Pakistan? ”. Resto fermo, basito. L’uomo si sforza di comunicare, ma parla solo in turco. Continua nervosamente a ripetere “Jandarma, Jandarma” indicando il fiume. Fingo di non capire, lui urla più forte: “Jandarma! ”. Poi, all’improvviso, il dito indice si trasforma, mimando una immaginaria pistola. Me la punta contro la testa: “Jandarma, boom!Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in reportage

In città

Istklal Caddesi, Istanbul - Guillermo Fdez /flickr

7° post. Istanbul, punto di sutura tra due continenti, Asia ed Europa. Passaggio obbligato per i rifugiati come Mussa Khan, soprattutto ora che le rotte dei muhajirin si sono spostate verso nord. Qui il loro destino incrocia le contraddizioni in bilico tra sviluppo economico e diritti negati

Battuto da un leggero vento mattutino, il Bosforo irrompe nel mio dormiveglia come uno schiocco di dita. L’autobus corre silenzioso su un titanico viadotto ad arcata unica, punto di sutura metallico tra Asia e Europa, mentre il sole all’orizzonte si sforza di completare il suo ovale, annunciando un nuovo giorno.

Istanbul. Costantinopoli. Bisanzio. La città più poliglotta al mondo si rivela fin nella sua toponomastica. Fondata nel settimo secolo avanti Cristo, fu intitolata dai coloni di Megara al loro re Byzas; ad essa l’imperatore Costantino sovrappose nel 330 la sua “Nova Roma”, Costantinou Polis; dodici secoli dopo, la Sublime Porta pose sulla storia il suo attuale sigillo: Istanbul, dal greco “istin polis”. Semplicemente “in città”.

Il mio unico obiettivo qui è informarmi e ripartire. Mussa è passato da poche ore su questo ponte in direzione nord, diretto verso il fiume Evros, l’ultima porta d’Europa. Se, come promesso, si farà vivo appena entrato in Grecia, potrei incontrarlo anche domani. Finalmente. Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in reportage

Vicolo cieco

Il quartiere di Basmane, nel centro storico di Izmir

6° post. La via della Seta del terzo millennio trasporta carne umana. Il suo terminale in terra turca è Izmir: qui arrivano i muhajirin che, come Mussa Khan, tentano la via dell’Egeo, per finire troppo spesso in fondo al mare. Per cercarlo, bisogna entrare a Basmane, porta d’Europa degli ultimi

La sagoma informe striscia silenziosamente nell’angolo morto del mio campo visivo, padrona della semioscurità. Tutt’intorno è Basmane, quartiere dei dannati, porta d’Europa degli ultimi.

Prima ancora che riesca a voltarmi, avendone ormai percepito la presenza, l’uomo si palesa in un saluto plateale, quasi grottesco. La mano è già tesa: “Amico! Cercavi me?”.

Izmir, antica Smirne, da 2500 anni capolinea del reticolato polveroso di strade meglio noto come Via della Seta. Piazza di contrattazione più florida del Mediterraneo, da qui le mercanzie provenienti da Cina, India o Arabia prendevano finalmente il mare, dirette ai porti europei.

La storia non conosce ironie. In questi anni è proprio a Basmane, nel centro storico della città, che i migranti, la merce più preziosa del terzo millennio, hanno interrotto il loro viaggio di terra per affrontare i flutti dell’Egeo.

Basse sull’orizzonte, le isole greche da qui si vedono a occhio nudo. L’insperata sponda europea, dopo mesi o anni di viaggio, è canto suadente di sirene fatali: in questo tratto di mare le acque hanno inghiottito migliaia di muhajirin. O harragas, come qualcuno li chiama qui, gli “uomini che bruciano le frontiere”.

Da Basmane si tessono reti di traffici che arrivano fino al Corno d’Africa, al Pakistan, al Senegal. La via della Seta del terzo millennio trasporta carne umana. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in reportage

La Jirga di Gaziantep

La "Jirga di Gaziantep"

5° post. Distanza, viaggio e precarietà non bastano a privare i rifugiati afghani delle proprie radici. Anche a Gaziantep si riunisce la “Jirga”, il consiglio degli anziani, che siedono per affrontare il tema doloroso dell’esilio, ma anche i problemi quotidiani di chi vive di in bilico tra presente amaro e futuro incerto

L’anziano Abdal Halek sfoglia un fascicolo ingiallito. Seduta a semicerchio sul tappeto, l’assemblea dei capifamiglia assiste silenziosa.”Qui c’è tutta la mia vita da quando sono in Turchia”. Moduli, domande, certificati, ritagli, appunti. Le dita nodose si immergono tra le carte, fermandosi su un foglio intestato UNHCR: “E’ di una settimana fa.” Me lo porge. “Mi invitano a fare appello per la terza volta. Significa che non mi riconosco ancora lo status di rifugiato. Dopo sette anni.”

“Ma io”, prosegue il vecchio, “non ho più la forza di aspettare. Per anni ho atteso e sperato. Poi ho provato. Ho mandato due volte i miei figli in Grecia coi trafficanti. Sono stati arrestati, picchiati e rimandati qui. Ho provato a tornare a Teheran, ma l’Iran non è più il paese dove abbiamo vissuto per tanto tempo. Ho tentato con l’UNHCR, ma da Ankara non rispondono più al telefono da mesi.” Poi volge lo sguardo a terra. “D’ora in poi, semplicemente, non farò più nulla.” Continua a leggere

1 Commento

Archiviato in reportage

Appuntamento col diavolo

Van4° post. I kaçakçılar, i trafficanti di esseri umani, non hanno biglietti da visita, né uffici di vendita. Si confondono tra la gente nei vicoli, nelle caffetterie, nella piazza davanti alla moschea. Sfuggenti, invisibili, onnipresenti sulla rotta dei migranti, potrebbero essere l’unico mezzo per ritrovare le tracce di Mussa Khan

Alle 6 e mezzo Naqeeb mi butta giù dal letto. “In piedi kardash! Dobbiamo andare a firmare prima che si formi la fila. Sbrigati!” Firmare? Fila? Troppo complicato, lo seguo meccanicamente, con la mente ancora intorpidita dal sonno.

La città si sveglia rumorosamente: in strada, una dopo l’altra, si arrotolano le serrande dei negozi, i minibus strombazzano nelle rotatorie, i risciò a pedali scorrazzano scaricando merci nei vicoli già ingombri. Naqeeb si ferma in continuazione per salutare gente alla maniera pashtun, un ampio abbraccio seguito da un tocco reciproco con la spalla destra.

Sul dolmus, l’affollato minibus, Naqeeb mi spiega finalmente il motivo della levataccia. “Tutti i richiedenti asilo devono firmare il registro. Il martedì e il giovedì è il turno degli uomini, il mercoledì quello delle donne”. Alla centrale di polizia, capisco il perchè della fretta: molte persone sono già in attesa del proprio turno, e la fila si ingrossa rapidamente sotto i miei occhi. “Nessuno può lasciare Van, le pene per chi non firma sono severe”, dice Naqeeb.”Per evitare fughe, la polizia requisisce il passaporto al momento dell’arrivo a Van. Lo riavremo solo nel giorno della partenza stabilita dall’agenzia per i rifugiati dell’ONU”. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in reportage

La trappola turca

L'indispensabile Carta di soggiorno temporaneo

3° post. Ancora fermi a Van e di Mussa Khan nessuna notizia. Prosegue il viaggio tra i muhajirin afghani intrappolati nella città turca, nel limbo dell’asilo temporaneo in attesa di proseguire il viaggio, magari anche illegalmente, attraverso Grecia e Italia

La Via Lattea è il tetto argenteo dell’altopiano insonne: nel cuore della notte i vicoli di Van continuano a formicolare di piccoli traffici discreti, mentre in alto, nel cielo pallido e distante, la luce degli astri continua freddamente a pulsare.

Abbandono l’idea della spedizione a Yuksekova, complicata e con scarsa possibilità di riuscita, e decido di concentrarmi sulle ricerche in città. Trascorro la domenica in strada, inseguendo insieme a Shahin suggestioni, immagini, qualsiasi indizio che possa condurmi sulle tracce di Mussa.

Torniamo nei quartieri attorno al castello, vaghiamo nelle periferie, ci attardiamo presso l’otogar, la stazione degli autobus appena fuori città. Ma è un buco nell’acqua, i muhajirin non lasciano tracce della loro presenza. La giornata si chiude davanti al computer: nessuna e-mail, nessun messaggio su Facebook. Mussa ha tagliato i contatti con il mondo. Continua a leggere

Lascia un commento

Archiviato in reportage