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L’altro lato dell’acropoli

http://www.flickr.com/photos/stolto/2768318521/  Stazione Metro di Omonia, Atene

Omonia, stazione della metro - Kriisliao /flickr

10° post. Atene. Il luogo di nascita della democrazia, cela un lato oscuro e doloroso. Sono le strade e le piazze in cui i muhajirin vivono nell’illegalità, in attesa di un futuro che non arriva. Un buco nero che inghiotte vite e destini e in cui Mussa Khan sembra essersi perduto

Atene. La stazione della metro di Katehaki riversa ondate di persone frettolose nel quartiere ancora assonnato. Tra i passeggeri che affollano i vagoni riconosco pochissimi volti greci: Africa, Asia e Medio Oriente sembrano essersi dati appuntamento su questo treno.

“Gli afghani conoscono bene le difficoltà che li attendono in Europa. I muhajirin che si sono stanziati qui informano costantemente amici e parenti sulle pessime condizioni di vita che offre la Grecia”. Ibrahimi spegne lo schermo su cui scorrono le foto dei miseri accampamenti dei migranti disseminati nel centro di Atene.

“Negli anni passati molti muhajirin , esasperati dalla povertà estrema, hanno accettato i rimpatri volontari finanziati dall’Organizzazione mondiale delle migrazioni. Ma al massimo” continua Ibrahimi, “sono rimasti in Afghanistan per qualche settimana, per poi affrontare nuovamente il terribile viaggio verso l’Europa.” Dopo un attimo di pausa, il ragionamento giunge alla scontata conclusione: “Il punto è che per noi afghani non c’è alternativa alla fuga. Vivere nella paura è un prezzo troppo alto da pagare.” Continua a leggere

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La Jirga di Gaziantep

La "Jirga di Gaziantep"

5° post. Distanza, viaggio e precarietà non bastano a privare i rifugiati afghani delle proprie radici. Anche a Gaziantep si riunisce la “Jirga”, il consiglio degli anziani, che siedono per affrontare il tema doloroso dell’esilio, ma anche i problemi quotidiani di chi vive di in bilico tra presente amaro e futuro incerto

L’anziano Abdal Halek sfoglia un fascicolo ingiallito. Seduta a semicerchio sul tappeto, l’assemblea dei capifamiglia assiste silenziosa.”Qui c’è tutta la mia vita da quando sono in Turchia”. Moduli, domande, certificati, ritagli, appunti. Le dita nodose si immergono tra le carte, fermandosi su un foglio intestato UNHCR: “E’ di una settimana fa.” Me lo porge. “Mi invitano a fare appello per la terza volta. Significa che non mi riconosco ancora lo status di rifugiato. Dopo sette anni.”

“Ma io”, prosegue il vecchio, “non ho più la forza di aspettare. Per anni ho atteso e sperato. Poi ho provato. Ho mandato due volte i miei figli in Grecia coi trafficanti. Sono stati arrestati, picchiati e rimandati qui. Ho provato a tornare a Teheran, ma l’Iran non è più il paese dove abbiamo vissuto per tanto tempo. Ho tentato con l’UNHCR, ma da Ankara non rispondono più al telefono da mesi.” Poi volge lo sguardo a terra. “D’ora in poi, semplicemente, non farò più nulla.” Continua a leggere

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La trappola turca

L'indispensabile Carta di soggiorno temporaneo

3° post. Ancora fermi a Van e di Mussa Khan nessuna notizia. Prosegue il viaggio tra i muhajirin afghani intrappolati nella città turca, nel limbo dell’asilo temporaneo in attesa di proseguire il viaggio, magari anche illegalmente, attraverso Grecia e Italia

La Via Lattea è il tetto argenteo dell’altopiano insonne: nel cuore della notte i vicoli di Van continuano a formicolare di piccoli traffici discreti, mentre in alto, nel cielo pallido e distante, la luce degli astri continua freddamente a pulsare.

Abbandono l’idea della spedizione a Yuksekova, complicata e con scarsa possibilità di riuscita, e decido di concentrarmi sulle ricerche in città. Trascorro la domenica in strada, inseguendo insieme a Shahin suggestioni, immagini, qualsiasi indizio che possa condurmi sulle tracce di Mussa.

Torniamo nei quartieri attorno al castello, vaghiamo nelle periferie, ci attardiamo presso l’otogar, la stazione degli autobus appena fuori città. Ma è un buco nell’acqua, i muhajirin non lasciano tracce della loro presenza. La giornata si chiude davanti al computer: nessuna e-mail, nessun messaggio su Facebook. Mussa ha tagliato i contatti con il mondo. Continua a leggere

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La valle delle migrazioni

Van, finisce un'altra giornata sull'altopiano

2° post. “Di notte, a Yuksekova, l’esercito ha l’autorizzazione di sparare a vista. Se vai lassù sii molto, molto prudente”. Continua il viaggio alla ricerca di Mussa Khan, rifugiato afgano in cammino verso un sogno chiamato “Europa”. Un sogno che, troppo spesso, si paga con la vita

Shahin affonda il pane nella miscela di miele, formaggio e granella di nocciole, e mi invita con l’altra mano a fare lo stesso. “Questa è la colazione del week end, quando si ha tempo per starsene seduti a godere i sapori del Kurdistan!” Intorno a noi famiglie rumorose affollano i tavoli che invadono la sede stradale, mentre ragazzini trasportano frenetici il tè, come se la velocità fosse il metro della loro professionalità.

Spiego a Shahin l’intenzione di estendere le mie ricerche di Mussa Khan fino a Yuksekova. Al tavolo al nostro fianco, qualcuno sembra ascoltare interessato. “E’ inutile che vai tra quelle montagne. Lassù non troverai niente.” Inglese perfetto, occhiali da sole, trent’anni o giù di lì, lo sconosciuto continua: “Pochi conoscono quel terreno come me. Ci sono solo pastori e terroristi”. Il suo atteggiamento è scostante, ma l’occasione è ghiotta.  Senza pensare, gli chiedo a bruciapelo: “E tu come fai a saperne tanto?” Continua a leggere

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Sulle tracce di Mussa Khan

Van, Turchia orientale

1° post. Mesi, anni, sempre in movimento. Respinti, invisibili, ai margini. E’ questo il destino dei muhajirin afghani, alla tenace ricerca del sogno chiamato “Europa”. Questo è il racconto della loro odissea attraverso Turchia, Grecia e Italia, fino alla stazione Ostiense di Roma.

“Qui siamo in Kurdistan, non in Turchia”. Taha è di un’efficacia estrema, dal profondo dei suoi occhi di carbone. Dopo tre settimane di continui passaggi di frontiere e salti linguistici, appena arrivato a Van, in Turchia orientale, sbaglio la parola più semplice: “grazie”. “No problem”, mi rassicura Taha con un sorriso. Poi mi mette svelto la mano sotto il braccio e proseguiamo verso il centro, un labirinto di vicoli ingombrato da tavolinetti e sgabelli per il rito del tè.

Ad aspettarci c’è Shahin, che per i prossimi 3 o 4 giorni mi farà da interprete. Appena diplomato, camicia a righe e mocassini neri, non ispira grande fiducia con la sua voce tremula. Il suo nome è frutto della ricerca tenace di Taha, conosciuto solo un’ora prima in autobus, che ha telefonato almeno a una dozzina di persone.

Dopo le presentazioni, una tazza di tè e una lustrata di scarpe, ci mettiamo subito al lavoro. Mussa Khan sarà presto da queste parti, e prima che arrivi voglio avere un quadro della situazione dei rifugiati afghani a Van, centro abitato di riferimento per chi arriva dall’Iran. Continua a leggere

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